ANALISI SULLE RETRIBUZIONI DELL'ECONOMIA PIEMONTESE

R&P su incarico dell'Assessorato all'Industria della Regione Piemonte ha analizzato l'evoluzione delle retribuzioni di fatto in Piemonte ed effettuato analisi di mobilità salariale tra 1993 e 1998. La ricerca utilizza il panel longitudinale Inps 1993-1998, derivante dagli archivi amministrativi O1M e DM10 sul lavoro dipendente.

Evoluzione delle retribuzioni

Il campione è composto da individui che lavorano effettivamente in Piemonte e che sono retribuiti nel mese di maggio di ogni anno.

L'approccio utilizzato può essere definito di tipo 'autarchico': abbiamo preferito analizzare nel dettaglio la dinamica retributiva del Piemonte, attraverso le differenze tra individui ed imprese che vi lavorano, piuttosto che confrontare l'economia della regione con quella del resto dell'Italia.

In questo senso, particolare attenzione è stata riservata allo sfruttamento dell'informazione resa disponibile dai dati Inps: le caratteristiche individuali, d'impresa, quelle del posto di lavoro stesso sono state - assieme ovviamente al salario - il principale oggetto di analisi.

Le retribuzioni di cui si parla sono rappresentate dall’ammontare effettivo che l’imprenditore eroga al dipendente in cambio del lavoro svolto, comprensivo di eventuali mensilità aggiuntive (es. tredicesima), compensi per lavoro straordinario, retribuzioni ridotte (malattia, maternità, cassa integrazione, etc.) e festività godute.

 

Il tessuto produttivo del Piemonte e le retribuzioni: in quali settori il lavoro dipendente è meglio retribuito?

Il settore automobilistico è caratterizzato da salari piuttosto elevati, ma si può ipotizzare che la presenza sul territorio della più grande impresa industriale italiana potrebbe influire sulla performance; la classe dirigenziale Fiat e la maggioranza delle qualifiche impiegatizie dell’azienda torinese hanno sede in Piemonte ed è dunque probabile che il salario medio del settore risulti di conseguenza ‘gonfiato’.

Lavorare nel settore meccanico paga rispetto all’impiego nel siderurgico, così come un lavoro nel settore delle materie plastiche è vantaggioso rispetto ad uno nelle imprese di lavorazione del legno e della carta.

Commercio, alimentari e tessili presentano salari leggermente inferiori ai settori più redditizi.

A risultare fortemente penalizzati sono i dipendenti del piccolo commercio (pubblici esercizi, minimarket etc.), i salariati dell’edilizia, delle manifatture ‘diverse’, delle riparazioni e dei servizi privati alle imprese. D'altra parte è proprio in queste attività economiche si concentra la maggiore quantità di piccole imprese, che, come visto in precedenza, applicano retribuzioni sistematicamente inferiori.

Rispetto alla dinamica nel tempo non si evidenziano tendenze nette e diffuse alla diminuzione (aumento) dei salari. Il settore dei trasporti mostra nel quinquennio un calo nelle retribuzioni medie, come anche il settore alimentare. Il settore creditizio sperimenta invece un chiaro aumento delle retribuzioni.

È interessante invece notare come alcuni settori penalizzati da bassi salari siano anche caratterizzati da una variabilità relativamente inferiore. Possiamo affermare, ad esempio, che nelle imprese di riparazione (soprattutto officine) e nell’edilizia si guadagna poco e gioiscono in pochi...

A far da contraltare si riscontra una condizione diametralmente opposta per i dipendenti di comparti più remunerativi: nei settori estrattivo ed energetico si guadagna tanto e in pochi si lamentano.

 

Chi guadagna di più e chi di meno?

Le donne guadagnano in media meno degli uomini, in tutti gli anni considerati. Tra le donne il salario giornaliero reale non cambia molto negli anni, oscillando tra 93 e 97 mila lire al giorno. Gli uomini guadagnano molto di più (110-115mila lire al giorno), ma anche nel loro caso non si individua una particolare tendenza alla crescita o al ribasso.

Relativamente alla qualifica del lavoratore si ottengono risultati piuttosto ovvi, in stretto ordine gerarchico gli apprendisti guadagnano meno di tutti, e sempre di meno (56-63mila), seguono gli operai (91-95mila), gli impiegati (117-125mila) e i dirigenti, per i quali occorre ricordare che dal 1996 sono compresi tra di essi anche i ‘quadri’, con la conseguenza di abbassare il salario medio complessivo della categoria (259-341mila).

Le grandi imprese (123-129mila) pagano meglio delle medie (100-106) e delle piccole (89-93). Anche in questo caso, comunque, non si individuano dinamiche significative in alto o in basso.

Come all’aumentare della dimensione aumenta la probabilità di avere una retribuzione più elevata, così all’aumentare dell’età del lavoratore, più esperto, con maggiore anzianità o semplicemente dotato di maggiore potere contrattuale, aumenta il salario. Osservando il solo 1998 si passa dalle 64mila lire dei giovanissimi, alle 89mila dei giovani, dalle 114 dei prime age (36-45 anni) alle 132 dei lavoratori ultraquarantacinquenni.

 

Mobilità salariale

Nello studio della mobilità salariale degli individui è fondamentale l'apporto derivante dall'uso di un panel longitudinale. Grazie alla particolare struttura del panel siamo in grado di 'seguire' l'individuo nel corso della sua carriera, quindi di analizzare in dettaglio i movimenti occupazionali e le progressioni a livello salariale.

Si considerano nell'analisi tutti gli individui che nel 1993 lavorano in Piemonte e che sono retribuiti nel mese di maggio, in modo da disporre di uno stock di individui, ed evitare dunque il caso di lavoratori 'contati' più volte. Otteniamo in questo modo un campione di 11626 soggetti.

 

Transizioni e probabilità di salire e scendere

La transizione tra classi di salario si effettua confrontando la posizione occupata nel 1993 con quella occupata dallo stesso lavoratore nel 1998.

Definiamo come p_up la probabilità di salire nella distribuzione a distanza di cinque anni, e, simmetricamente, p_down la probabilità di scendere. Indipendentemente dal numero di posizioni scalate o discese.

In generale si osserva come la probabilità di uscire dal panel vari significativamente al variare della posizione nella distribuzione salariale. Chi si trova nel decile 1 nel 1993 ha il 42.2% di probabilità di trovarsi fuori dal panel cinque anni più tardi. Per le altre classi la probabilità è stazionaria, intorno al 33%, con una lieve tendenza alla diminuzione tra il quarto e l'ottavo decile. Sale nuovamente per i più ricchi (decimo decile), passando al 37.5%. Una prima interpretazione potrebbe descrivere l'eccesso di uscite dei più poveri come situazioni 'involontarie', dovute a disoccupazione, mentre l'eccesso di uscite dei più ricchi potrebbe essere causato dall'ingresso in pensionamento: tra i più fortunati dovrebbe essere infatti maggiore il numero di persone al termine della carriera.

 

Settore di attività economica

Spesso nella pratica quotidiana si sostiene che ‘le disgrazie non vengano mai da sole’, così, al fatto di trovarsi negli scalini più bassi della distribuzione salariale, ai lavoratori dell’edilizia tocca anche di sopportare una probabilità di uscita dal panel, quindi dal lavoro dipendente, più alta della media (42% contro il 34.6%).

In realtà accanto all’immediata interpretazione negativa - l’edilizia è un settore che non offre garanzie e che espone maggiormente i propri lavoratori al rischio di disoccupazione - se ne può individuare una alternativa, ottimistica, per la quale è frequente che lavoratori edili con anni di esperienza ‘sotto padrone’ accumulino l’esperienza e la professionalità necessarie per intraprendere una carriera autonoma, avventurandosi nella creazione di una ditta in proprio.

In opposta situazione, quindi con maggiore probabilità di non uscire dal lavoro dipendente, si trovano i lavoratori del settore energetico, i chimici, i meccanici, i lavoratori del settore trasporti e del credito. Si tratta anche dei settori più remunerativi che, oltre a garantire una maggiore stabilità d'impiego all'interno delle imprese, contribuiscono a rendere il lavoratore maggiormente 'appetibile' nei periodi fuori dal lavoro dipendente, riducendo nel contempo il suo rischio di disoccupazione.

 

Qualifica impiegatizia

Gli apprendisti non possono che migliorare il 58% di loro sale nella scala retributiva, mentre è pari al 29.4% il numero di coloro che escono dal panel dopo cinque anni. Il numero di uscite è più basso della media, ma occorre ricordare che si tratta di lavoratori molto giovani, con tutta una carriera lavorativa di fronte. Gli operai migliorano nel 33.6% dei casi, il 31% scende nella scala retributiva e il 35.3% esce dal panel.

Situazione simile per gli impiegati: il 32% migliora, il 34.5% peggiora, il 33.7% esce.

 

Dimensione d'impresa

Rispetto alla dimensione dell’impresa per cui si è retribuiti si evidenzia come la probabilità di uscire sia più alta per le piccole (36.7%) e per le grandi imprese (34.2%). La probabilità di migliorare è molto più bassa della media per i lavoratori delle grandi imprese (29%) che però sono già quelli che guadagnano di più; essendo per questi ultimi più alta anche la probabilità di peggiorare nella scala salariale, si può ipotizzare una situazione di partenza ottimale, l’impiego nella grande impresa, nella quale cinque anni dopo non ci si potrebbe più ritrovare (si pensi ai licenziamenti in blocco e alla cassa integrazione).

 

A parità di altre condizioni, possedere una certa caratteristica influisce sulla mobilità salariale?

Si vuole verificare l’effetto delle caratteristiche misurabili sulla probabilità di migliorare la propria posizione salariale nel tempo, a parità di altre condizioni.

Si utilizza un modello logistico, che utilizza come variabile dipendente una variabile dicotomica, in questo caso la probabilità di migliorare (p_up) o di peggiorare (p_down), tra 1993 e 1998, la propria posizione nella distribuzione salariale.

I risultati delle stime possono essere divisi in due gruppi: le caratteristiche che 'premiano' il lavoratore e quelle che lo 'penalizzano'.

I fattori premianti:

I fattori penalizzanti

 

Per ulteriori informazioni sulla ricerca:

Claudio Malpede c.malpede@repnet.it


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Direttore Responsabile: Claudia Villosio


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