LE OPPORTUNITA’ PER LE PMI ITALIANE NEI PAESI CENTRORIENTALI IN VIA DI ADESIONE ALL’EUROPA ALLARGATA

 

Nel breve intervallo di due anni si avrà l’allargamento a est del mercato europeo, incorporando una delle aree economiche più vitali e dinamiche del panorama mondiale. E’ in queste aree che nel corso della transizione si é diretto un flusso ininterrotto di capitali occidentali, sia per la penetrazione in mercati in sicura espansione, sia per cogliere i vantaggi derivanti dai minori costi comparati di produzione.

L’Italia ha colto queste opportunità assai meno di altri paesi europei più forti nei settori più avanzati dell’economia e della finanza, assumendo ruoli dominanti in settori cosiddetti maturi come tutta l’area tessile-abbigliamento-calzature. In questo quadro un ruolo motore l’hanno rappresentato le regioni del Nord-Est che hanno largamente riorientato export e produzioni verso i mercati finitimi dell’Europa orientale, svolgendo un ruolo di battistrada nazionale verso l’area economica storicamente loro più congeniale rappresentata dall’Impero Absburgico col quale le relazioni non sono mai state completamente interrotte.

La concorrenza per conquistare mercati in espansione é un atout che anche i piccoli imprenditori italiani non possono farsi sfuggire, anche se oggi fare affari nella più grande Europa richiede una visione allargata rispetto alla pura politica di export o di delocalizzazione produttiva, ma anche piattaforma di transito o di lancio verso altri grandi mercati dell’Est – Sud Est oggi appena socchiusi.

 

Appare dunque utile una valutazione sommaria e comparativa dello stadio di evoluzione delle economie dei primi sette paesi che entreranno nell’Unione.

I dati selezionati appaiono particolarmente significativi dello stato, del ritmo evolutivo e del divario fra i sette paesi in esame, divario legato a molti fattori fra cui il diverso momento di esordio delle politiche di transizione.

 

La dinamica del prodotto interno lordo

I paesi dell’Est europeo candidati all’ingresso nella U.E. presentano mediamente un ritmo di sviluppo assai più accelerato rispetto ai paesi dell’Unione, con una forte impennata di Romania e un recente rallentamento della Polonia che, dopo aver rappresentato la locomotiva dell’area CEFTA negli anni ’90, é ora alle prese con un forte rallentamento dello sviluppo economico. Le previsioni formulate dai principali istituti internazionali ipotizzano una crescita ulteriore del 4-5% annuo nel prossimo decennio, anche se ciò non comporterà ancora un allineamento nel breve termine all’economia europea occidentale, posto che tuttora il PIL procapite medio di quest’area costituisce il 45% del valor medio dei paesi europei di occidente. La palma del più elevato PIL pro-capite é di Slovenia, seguita da Cechia e Ungheria, le aree ponte verso l’occidente.

 

Indicatori statistici comparativi dei 7 paesi sotto esame (2001)

Indicatori

Bulgaria

Cechia

Polonia

Romania

Slovacchia

Slovenia

Ungheria

PIL p.c. in € 6.500 13.300 9.200 5.900 11.100 16.000 11.900
PIL p.c.(% rispetto media europea) 28 57 40 25 48 69 51
PIL var. % anno 4,0 3,3 1,1 5,9 3,3 3,0 3,8
Inflazione anno 7,4 4,5 5,3 34,5 7,1 8,6 9,1
Disoccupaz.% FL 19,9 8,0 18,4 6,6 19,4 5,7 5,7
Bilancio pubblico su PIL (%) 1,7 -5,5 -3,9 -3,4 -5,6 -2,5 -4,1
% Export v/s UE 54,8 68,9 69,2 67,8 59,9 62,2 74,3
Saldo bilancia corrente (% PIL) -6,0 -4,7 -4,1 -5,9 -8,8 -0,4 -2,2
IDE % su PIL 5,1 8,7 3,2 2,8 6,3 1,9 4,7

Fonte: Eurostat su dati nazionali

 

I bilanci degli Stati

La conduzione della cosa pubblica appare meno virtuosa perché dominata sia dalle diverse condizioni di una difficile transizione, sia da eventi politici che spostano le scelte verso obiettivi non sempre coerenti con l’obiettivo di allineamento europeo. Se tutti i paesi dell’area (eccetto la piccola e povera Bulgaria) soffrono di disavanzi di bilancio, ciò appare particolarmente grave per i "best in class" Cechia, Polonia, Ungheria e Slovacchia aspiranti a un prossimo ingresso nell’Unione Europea che impone ai propri partner il tetto massimo del 3%. Qui interverranno le Banche centrali con strette monetarie a correggere gli sbilanci promossi dalla gestione politica soprattutto in periodi elettorali.

 

La dinamica delle partite correnti

E’ diffusamente deficitaria, anche se per diversa entità, per tutti i paesi dell’area. Le cause strutturali sono legate alla forte domanda di beni di investimento dall’estero e alla più debole capacità esportativa, generalmente legata a pratiche di perfezionamento passivo, in relazione alla funzione elettiva di area di temporanea importazione che l’est rappresenta per i mercati occidentali. Negli anni recenti la debole domanda europea e la forte domanda interna sono all’origine del deficit delle partite correnti, anche se nel medio periodo é ipotizzato un riequilibrio della bilancia commerciale e corrente di questi paesi in via di accelerata industrializzazione.

 

Gli investimenti esteri diretti

La copertura dei deficit delle partite correnti comuni a tutti i paesi é coperta da investimenti diretti in entrata, dapprima sotto forma di acquisizioni di quote di aziende pubbliche privatizzate, sempre più sotto forma di avvio di nuove attività, essendo quasi dovunque esaurito il processo di dismissione dei capitali pubblici. I paesi in cui questa funzione di compensazione dell’indebitamento estero e del PIL appare più forte sono la Repubblica Ceca, la Slovacchia e la Bulgaria.

 

La disoccupazione

E’ fenomeno che appare sotto controllo e pressoché pari a quello di molti paesi occidentali in Slovenia e Ungheria, mentre assume valori patologici nei paesi di più recente liberalizzazione dell’impresa che sconta tuttora il retaggio di gestioni tipiche dell’economia pianificata e di una forte protezione sociale dei cittadini, con picchi del 20% in Bulgaria e Slovacchia, paesi che sconteranno ancora alti livelli di disoccupazione in pendenza di un processo inconcluso di privatizzazione. Sono appunto Bulgaria, Romania, Slovacchia le aree verso cui si stanno rivolgendo investimenti occidentali produttivi per sfruttare la disponibilità di forza lavoro di buon livello e di bassi salari comparati.

 

I livelli salariali

Appaiono molto articolati tra il massimo della Slovenia (che attiva flussi pendolari verso il Friuli Venezia Giulia) e la Bulgaria, tra i massimi di alcuni settori (il pubblico, il finanziario, il dirigenziale) e i minimi della manodopera non specializzata, coi massimi (di occupazione e di salario) delle città capitali e i minimi delle regioni più decentrate. Nel corso degli ultimi anni il ritmo di accrescimento dei livelli salariali é stato superiore a quello medio della UE, almeno per i primi paesi in classifica nei quali sono presenti volumi di IDE in cui il livellamento salariale appare più rapido. Questo processo di accelerazione proseguirà anche nel prossimo futuro in relazione all’accelerazione dello sviluppo e della produttività del lavoro. Un reale livellamento col mercato del lavoro dell’Europa comunitaria non pare raggiungibile né per tutti i paesi in esame, né nel breve periodo, anche in ragione delle politiche di ingresso nella UE che impongono di non sforare i limiti di inflazione imposti dalla UE.

E’ entro questi spazi che si svolgerà il mercato del lavoro e la valutazione delle convenienze comparate tra domanda (occidentale) e offerta (locale).

Salario medio mensile in € - previsioni 2003

Paesi Est Europei

Salario lordo

Medio mensile ( € )

Slovenia

1.103

Repubblica Ceca

578

Ungheria

557

Polonia

537

Slovacchia

328

Romania

178

Bulgaria

144

Fonte: Deutsche Bank

Inflazione

Le politiche governative di allineamento agli indirizzi del FMI hanno condizionato la dinamica inflattiva di tutti i paesi, eccetto la Romania che vanta un fortissimo tasso di inflazione, mentre la Bulgaria che si trovava in analoga emergenza ha radicalizzato la soluzione col cambio della moneta. Oggi tutti i paesi sono allineati sotto al 10% con una varietà di tassi corrispondenti alle diverse condizioni di controllo dei prezzi da parte delle autorità monetarie, anche in funzione della preservazione dei bassi poteri di acquisto dei salari erogati dal sistema economico. Rischi inflazionistici possono ancora annidarsi nell’aumento della domanda interna dei paesi più sviluppati che potrebbero spingere i salari e le tariffe delle utilities di base.

 

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Liliana Treves