INVESTIRE ALL’ESTERO - INVESTIRE NEI PAESI ARABI

 

Nel quadro di una pubblicazione a cura della Camera di Commercio Italo Araba e della Camera di Commercio Internazionale dal titolo "Investire all’estero – Investire nei paesi arabi" è stato affidato ad R&P l’incarico di redigere un sintetico studio di valutazione delle opportunità e delle minacce alla multinazionalizzazione produttiva delle PMI italiane in presenza dei fattori che favoriscono o limitano le convenienze di impresa.

In questo ambito specifico sono stati analizzati:

A conclusione della rassegna generale, é stato introdotto il tema degli investimenti esteri nei paesi arabi, a corredo di una schedatura relativa a otto paesi arabi dell’area mediterranea, principali recettori di investimenti. La insufficiente documentazione relativa ad alcuni paesi, modesti, o troppo recenti, recettori di capitali produttivi dall’estero, ha reso molto lacunosa la trattazione del tema, cui si é sopperito con la principale fonte internazionale in materia (UNCTAD 2002, 2003).

L’area cosiddetta MENA (Middle East and North Africa) racchiude un mosaico di paesi profondamente diversi tra loro per situazione politica, livello di sviluppo, intensità dei rapporti con il mondo occidentale. I paesi arabi sono terre di grandi contrasti fra modernità e tradizione, in cui convivono sacche di povertà accanto ad aree che godono di un discreto benessere e, pur mostrando una performance complessiva decisamente insoddisfacente nell’ultimo ventennio, le situazioni nazionali procedono nel senso di una marcata differenziazione. Paesi quali l’Egitto, la Giordania, il Marocco e la Tunisia, che per primi hanno avviato serie riforme macroeconomiche e processi di liberalizzazione e privatizzazione, hanno mostrato e mostrano tuttora i maggiori tassi di crescita.

In generale é possibile affermare che, nonostante le numerose misure già adottate da molti paesi dell’area MENA al fine di attrarre investimenti e capitali esteri, un grande impegno deve essere assunto al fine di aumentare l’attrattività dell’area. Le conclusioni cui pervengono le principali istituzioni internazionali sottolineano infatti come rimangono ancora troppi i punti deboli che agiscono da deterrente nei confronti degli investitori provenienti dall’estero. Il supporto istituzionale agli investimenti si mantiene largamente inferiore a quello fornito dalle altre economie; la scarsa trasparenza, la complessità delle procedure amministrative, i sistemi giudiziari lenti ed obsoleti, le procedure deficitarie per la risoluzione delle dispute, costituiscono un forte deterrente all’afflusso di IDE nella maggior parte dei paesi dell’area.

Ciò detto, esiste un forte interesse delle imprese occidentali e soprattutto di quelle che si affacciano sul Mediterraneo, come Francia, Spagna, Italia, Grecia, a potenziare le già intense relazioni economiche soprattutto nei paesi del Maghreb, non soltanto attraverso la modalità del traffico di perfezionamento passivo. Infatti i vantaggi ascrivibili a queste aree (che si riflettono nell’intensa dinamica degli IDE, soprattutto in Marocco, Tunisia, Egitto e Algeria) consistono in:

Il mondo arabo può difatti contare su una popolazione di dimensioni paragonabili a quelle statunitensi (pari a circa 300 milioni di abitanti), un reddito medio pro capite di oltre 2000$, tassi di crescita simili a quelli del Sud asiatico e dell’America latina (fino al 3,1% alla fine degli anni Novanta), ed un tasso di risparmio che tra il 1996 e il 2000 ha raggiunto il 25%.

L’area del Maghreb può a sua volta contare su una manodopera relativamente qualificata a basso costo (almeno 5-6 volte inferiore rispetto a quello europeo), su ottime doti manuali e su abilità artigiane, anche se ciò si contrappone alle non infrequenti difficoltà di formazione del personale, in gran parte a causa dell’analfabetismo che ancora oggi riguarda un’elevata percentuale della popolazione (il tasso di alfabetizzazione nei paesi del Nord Africa non supera il 76%, valore registrato dalla Libia).

Infine, va altresì ricordato che, per quanto concerne le infrastrutture, da qualche anno l’Unione Europea è impegnata direttamente nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, anche attraverso la BEI, con programmi di finanziamento finalizzati alla costruzione e al potenziamento delle reti stradali e delle linee ferroviarie, al completamento di alcune sezioni di autostrada e alla modernizzazione delle reti energetiche. Anche in questo caso però le differenze sono molte: dalla Libia, dove le grandi opere infrastrutturali (ferrovie, strade, strutture aeroportuali e linee telefoniche efficienti) stentano a decollare, alla Tunisia dove invece il programma di miglioramento delle infrastrutture inizia a mostrare i suoi frutti. I governi di Tunisi e Rabat (Marocco) incoraggiano la partecipazione privata nei settori delle comunicazioni e dei trasporti al fine di raggiungere obiettivi di ammodernamento ed estensione delle risorse stradali e ferroviarie.

A questo si aggiunga che presso i governi locali cresce costantemente la consapevolezza di come sia indispensabile aprire al commercio internazionale e agli investimenti esteri le economie nazionali, ancora troppo chiuse e caratterizzate da una forte presenza statale per uscire dal circolo vizioso dell’arretratezza e dell’economia sommersa.

Un segnale importante in tal senso è ad esempio la decisione di avviare per il 2005 una zona araba di libero scambio, primo passo verso la nascita prevista per il 2010 dell’area di libero scambio del Mediterraneo, che dovrebbe portare all’abolizione di tutti i dazi doganali interni.

 

Per ulteriori informazioni sulla ricerca:

Liliana Treves l.treves@repnet.it


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Direttore Responsabile: Claudia Villosio


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