VALUTAZIONE DELL’ESITO OCCUPAZIONALE DI CORSI DI FORMAZIONE
PER LAVORATORI IN MOBILITÀ

Introduzione
Dai primi anni ‘90 si è assistito ad un moltiplicarsi di iniziative a favore dei disoccupati di lunga durata sia sul versante legislativo, sia su quello relativo alla realizzazione di azioni di riqualificazione del capitale umano, risocializzazione al lavoro, incentivazione economica al lavoro autonomo ed al lavoro dipendente.
In particolare, la collocazione dei lavoratori nelle liste di mobilità e la contestuale corresponsione di un’indennità speciale di disoccupazione doveva costituire la “camera di compensazione” nel passaggio dal lavoro al lavoro, uno spazio temporale da colmare con attività di orientamento, formazione, partecipazione ad attività di utilità collettiva.

Gli interventi formativi a favore di tale target hanno avuto un forte impulso a partire dal 1994, quando:

  • si richiedevano effettivi investimenti per fronteggiare l’acuirsi delle tensioni sociali legate agli alti tassi di disoccupazione (in specie meridionale);
  • hanno potuto fruire dei finanziamenti delle risorse di Fondo sociale europeo non impegnate in Italia nel periodo 1989-93 (gestione fondi residui);
  • è apparso evidente il carattere di urgenza assunto dalle procedure di impegno dei finanziamenti disponibili.
  • Nel corso del periodo 1994-1996, il Ministero del lavoro diede attuazione, in collaborazione con le diverse Agenzie regionali per l’impiego, ad interventi rivolti a lavoratori iscritti nelle liste di mobilità, realizzati attraverso la programmazione delle risorse di Fse non impegnate in Italia nel periodo 1989-1993.
    Le finalità generali e specifiche degli interventi e, in parte, le tipologie d’utenza coinvolte, coincidevano con quelle individuate nei documenti di programmazione del Fse riferito alle annualità 1994-1999 (Quadro comunitario di sostegno, Programmi operativi e Programmi operativi multiregionali degli obiettivi 3 e 1) e confermate con le strategie messe in atto dai titolari di programmi di Fondo sociale europeo per dare attuazione alla lotta alla disoccupazione di lunga durata.

    Si è trattato di un massiccio intervento, 2.043 edizioni corsuali, per un totale di 31.349 allievi approvati, caratterizzato da attività rivolte a favorire il reinserimento al lavoro di disoccupati di lunga durata, attuato da quattro Programmi operativi rivolti ai disoccupati iscritti nelle liste di mobilità, soprattutto del Sud Italia ma con presenze significative anche nel Centro-Nord, due dei quali erano di titolarità del Ministero del lavoro (“Sud Mobilità” e “Mobilità Centro-Nord”) e due erano gestiti direttamente, e rispettivamente, dal Fopri (PO n. 938002/I) e dall’Iri ed altre imprese (PO n. 936103).

    La Struttura di Valutazione dell’ISFOL, su incarico del Ministero del Lavoro e decisione del Comitato di Sorveglianza, ha sottoposto a valutazione l’intervento, nelle fasi di realizzazione (1995) e di impatto (1997 e 1998).
    I risultati attesi dalle autorità responsabili servivano ad ottimizzare le scelte di programmazione, a disporre di una metodologia di valutazione facilmente trasferibile nel sistema nazionale di formazione professionale, elaborata attraverso l’uso di indicatori validi e sperimentati.

    R&P ha collaborato con ISFOL per quanto concerne l’analisi longitudinale realizzata dopo due anni dalla conclusione dei corsi, con cui si è concluso l’intero iter valutativo, e la valutazione dell’impatto del corso di formazione sulla probabilità di essere occupati,
     

    Analisi statistica delle interviste
    L’interesse dell’indagine ha una duplice natura:
    a) si vogliono verificare gli esiti occupazionali della partecipazione a corsi di formazione professionale per disoccupati e lavoratori in mobilità;
    b) interessa verificare se esiste un processo di empowerment che coinvolge i formati, e che consente loro un approccio più consapevole al mondo del lavoro.

    Il punto a) ha richiesto l’uso di analisi statistica dei questionari e l’applicazione di un modello di regressione per isolare l’effetto della formazione sulla probabilità di essere occupati, dagli effetti dipendenti da altre cause (età, sesso, titolo di studio, provenienza geografica, ...).

    Il punto b) - che non ha visto coinvolta R&P - è stato trattato mediante la tecnica dei focus group, con interviste guidate a gruppi di otto persone partecipanti ai corsi di formazione in diverse città italiane..

    Dall’indagine 1997 risulta che i formati soffrono di una minore probabilità di trovare lavoro alla conclusione del corso rispetto ad un gruppo di confronto, costituito da individui che erano stati selezionati per il corso ma non vi hanno partecipato.
    Dall’esame delle interviste diventa cruciale definire in modo appropriato il termine ‘lavoro’. Si nota infatti come molti degli individui partecipanti all’indagine dopo un anno dal termine del corso partecipino ad un progetto di lavoro socialmente utile (LSU).

    Attraverso l’uso dell’analisi longitudinale – combinando i dati delle interviste del 1997 e del 1998 – è possibile descrivere una matrice di transizione tra status occupazionali per i due gruppi di individui, in modo da osservare la condizione lavorativa lungo un periodo di tempo più lungo.

    La figura successiva mostra il quadro riassuntivo dei flussi tra status occupazionali, separatamente per il gruppo di trattamento e per il gruppo di controllo: all’interno delle caselle di testo si ha la percentuale di coloro che non cambiano status.
     

    Gruppo di trattamento (1341 individui)

     

    Gruppo di controllo (256 individui)

    Osservando la figura si nota come vi sia una maggiore dinamicità tra i formati ad un anno di distanza dalla prima intervista. Sia in termini negativi (solo il 67% di chi  è occupato nel 1997 lo è anche nel 1998), sia in chiave positiva (il 61% dei formati disoccupati nei due anni contro l’86% dei non formati). Le conclusioni che si possono trarre da queste cifre vanne però pesate in considerazione dell’entità dei passaggi da disoccupazione verso LSU (sono da considerarsi miglioramenti?), dalla maggiore probabilità per i non formati di essere occupati al momento della prima intervista e dalla parziale diversità nella composizione dei due gruppi per caratteristiche individuali degli intervistati.

    1. “a due/tre anni di distanza dalla fine del corso è più probabile per un ‘formato’ occupare una posizione stabile sul mercato del lavoro?”

    Rispondere con il solo ausilio delle statistiche descrittive può essere fuorviante. Sembrerebbe che per i non formati aumentano le chance di occupare una posizione stabile (contratto a tempo indeterminato). Le statistiche descrittive non tengono però conto degli effetti di composizione, che potrebbero spiegare parte delle differenze tra le due categorie di intervistati.

    2. “formati o non formati? chi ha più probabilità di migliorare la propria posizione lavorativa a distanza di un anno dalla prima intervista?”

    Utilizzando due definizioni di miglioramento (o meglio di 'non peggioramento'), a seconda della natura che si vuole attribuire alla presenza nei lavori socialmente utili, risulta un  vantaggio per gli individui non formati (45% di miglioramenti) rispetto ai formati (28%). Se si escludono i passaggi da disoccupazione a LSU il gap a favore dei non formati aumenta (43% vs. 19%).
     

    Analisi multivariata
    Per isolare l’effetto della partecipazione al corso di formazione – a parità di altri fattori – si stima con il metodo della massima verosimiglianza un modello logistico che pone in relazione la probabilità di essere occupato/disoccupato al momento dell’intervista controllando per le caratteristiche individuali degli intervistati. Utilizzare come regressori le caratteristiche individuali consente di omogeneizzare i gruppi target e di controllo, differenti nella loro composizione.

    Y= f(età, sesso, titolo di studio, qualifica, area geografica, NONFORM)

    L’attenzione si è concentrata sulla probabilità di essere occupati in senso stretto (Y), in quanto è quella che in qualche modo rappresenta l’occupazione ‘svincolata’ dall’intervento di sostegno delle politiche del lavoro. In qualche modo si può pensare a questa variabile come alla probabilità di rientrare a pieno titolo nel mercato del lavoro dopo un periodo di ‘aspettativa assistita’.

    La variabile genere femminile ha il segno atteso (negativo, sinonimo di posizione debole sul mercato) e risulta essere statisticamente significativa. La variabile scuole inferiori ha segno positivo, ad indicare come il possedere un titolo di studio più elevato migliora la probabilità di avere un’occupazione. La variabile impiegato non è mai significativa. I risultati indicano come all’aumentare dell’età si riduca la probabilità di riuscire a rientrare nel mercato del lavoro. Appartenere al mercato del lavoro delle regioni centrali migliora la probabilità di essere occupati rispetto al benchmark (Puglia), così come hanno segno negativo e valore assoluto elevato le variabili per Campania e Calabria. Le condizioni del mercato del lavoro a livello locale incidono sull’occupabilità dei lavoratori in lista di mobilità.
    La variabile esplicativa di cui maggiormente interessa conoscere l’effetto sulla probabilità di essere occupati è naturalmente la variabile che segnala i non formati. Oltre a risultare sempre significativa, la variabile che caratterizza l’appartenenza al gruppo di controllo assume segno positivo. Ciò significa che i risultati emersi dalle precedenti statistiche descrittive sono confermati: non aver concluso un corso di formazione aumenta - ceteris paribus - la probabilità di essere occupato.

    Di seguito si presentano le probabilità di essere occupato in senso stretto nel 1998 - per aree geografiche e formazione  - derivanti dalla trasformazione dei coefficienti stimati.
     
     

    Formati
    Non formati
    Var. p
    Puglia
    28.8.
    46.4
    -17.6
    Puglia 1995
    30.3
    41.3
    -11.0
    Campania e basilicata
    14.2
    26.2
    -11.9
    Campania e basilicata 1995
    14.5
    21.5
    -7.0
    Calabria
    11.5
    21.7
    -10.2
    Calabria 1995
    10.3
    15.6
    -5.3
    Centro
    49.7
    67.9
    -18.2
    Centro 1995
    48.9
    60.7
    -11.8
    Isole
    34.8
    53.3
    -18.5
    Isole 1995
    34.7
    46.2
    -11.5

    NB: il dato relativo alle isole non è statisticamente significativo

    Il differenziale di probabilità di occupazione a sfavore dei formati (Var. p) permane per tutte le aree considerate, più grande in valore assoluto in Puglia e Centro e minore considerando solo i corsi di formazione tenuti nel 1995. Il dato che emerge con maggior evidenza è la forte componente territoriale della probabilità di occuparsi. Appartenere a regioni ‘difficili’ costituisce uno svantaggio per i soggetti intervistati, sia che essi siano formati o non formati. Un non formato in Centro ha 68 probabilità su 100 di essere occupato nel 1998, lo ‘stesso’ individuo in Calabria vede ridurre le sue probabilità di occuparsi al 22%.
     

    Conclusioni
    La questione sulla quale è necessario riflettere, riguarda la natura di questi corsi di formazione professionale. Sono una politica assistenziale o formativa? Rappresentano solo una camera di decompressione tra disoccupazione/mobilità e reinserimento nel mondo del lavoro oppure sono parte di un disegno di empowerment?
    Di che formazione si sta discutendo? Forse di uno strumento esso stesso al margine, una politica residuale, non mirata. La moltitudine non occupata assume spesso l’aspetto di ‘miccia’, a innescare polveriere sociali, le liste di mobilità, la formazione, i lavori socialmente utili possono fungere da idrante, da camera di decompressione. Ma spesso la disoccupazione è la maschera dietro la quale si nasconde il volto del lavoro irregolare, e allora la formazione diventa un intoppo.

    Sembra intravedersi una relazione chiara tra partecipazione ad un corso di formazione e inserimento in progetti di lavoro socialmente utile. Se i LSU fossero l’applicazione pratica -mascherata da occupazione assistita - di una formazione professionale teorica si potrebbe parlare di FSU? La Formazione è Socialmente Utile?

    Sì, pensando alla capacità di diventare una terapia di supporto.
    Sì, in relazione ai processi di empowerment.
    Sì, inserita in una logica che la descrive come transito teorico formativo tra la mobilità inattiva e la mobilità attiva (LSU).
    No, se la si giudica in base alla capacità di incidere positivamente sulla probabilità di trovare un lavoro.

    Per ulteriori informazioni sulla ricerca: Claudio Malpede
     


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    Direttore Responsabile: Ruggero Cominotti


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